Cristo

Babbo, non mi porterai più a comprare la spada laser una sera d’autunno dopo la scuola e non verrai più a prendermi col furgone a tre ruote col rimorchio carico di sabbia dicendomi un ultimo giorno d’inverno: Luca sbrigati, dobbiamo andare all’ospedale, ti è nata una sorellina. Non mi indicherai più l’alberello accostato al muro di confine dicendo: lì ho seppellito il cane di tua madre, insieme ai suoi balocchi, alla cuccia e alle sue coperte. Non cammineremo più insieme in silenzio nella città isterica un pomeriggio di settembre di ritorno dall’odore di disinfettante  di una diagnosi. Questo silenzio non vuole parlare di dieci anni passati lontani, senza neppure una telefonata, se non l’ordinaria amministrazione della Pasqua o del Natale. Adesso che non potrò più incontrare la nota rotta fra dolore e dolcezza della tua voce nonresta che la conchiglia nera piena d’acqua putrida che ho al posto del cuore. Non mi rimane che strapparmi via dal petto l’insetto putrido che pulsa senza amore insieme a tutta la pelle che mi ricopre e che ha soffocato il cristo.

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Caprifoglio

Ci sono le carcasse di lombrichi mangiati solo per metà dai rondoni mentre passeggio con quel che rimane di mia madre in un luogo d’infanzia che non ha nome. A un tratto ci fermiamo ad ammirare una sequoia gigantesca, isolata in mezzo al bosco dei castagni selvatici. Sul fondo del pendio le scatole colorate di un apicoltore ronzano fino all’asino abbandonato al suo fieno sotto una tettoia d’amianto.

Vorrei arrivare almeno a cento anni dice mia madre intenta a strappare un ramo da un’acacia. Ho così tante cose da fare ancora, così tante cose da recuperare che mi dispiacerebbe proprio di morire. Poco prima di casa, ormai al tramonto, abbiamo raccolto fiori di caprifoglio dai bordi della strada.

Settembre

Ho sognato le toppe sulle strade di Loreto, Comacchio, Senigallia e i protagonisti delle mie trasmissioni televisive preferite. Mangiatori di divani e peli di gatto, impagliatori di cervi e appassionati di clisteri al caffè. Nel sogno c’erano anche le statue del Bargello: coppia di divinità fluviali, Giunone con due pavoni, Oceano del Giambologna, l’allegoria di Fiesole, e il dittico con scene dell’infanzia di Cristo. Io invece nel sogno ero un grillotalpa.

Per non morire di fatica sul lavoro ho preso un periodo di aspettativa e ho investito i soldi che ho risparmiato con le prostitute, ormai non sento più l’esigenza di andarci ogni settimana, in sigarette, gratta e vinci e nella tarantola.

La tarantola è di plastica, con le pile ed è radicomandata. Da quando l’ho acquistata, dicendo alla cassiera del negozio di giocattoli che era per mio nipote, la porto ovunque: la mattina dal tabaccaio e il pomeriggio a fare la passeggiata dietro la stazione. Quando vado a fare la spesa la porto al supermercato e mentre mi interrogo sul processo di invecchiamento delle albicocche la faccio girare intorno allo scompartimento dei manghi.

Il mio lavoro consisteva nel fare le pulizie presso il residence di viale Montegrappa, il quartiere dei disadattati e io lo odiavo. In casa piuttosto dovrei decidermi a fare le pulizie, il bidet è ormai un enorme posacenere e la cucina un formicaio ma ogni volta che provo a mettermi a pulire mi assale il desiderio di radicomandare la tarantola così la porto a esplorare la casa e con lei ogni ambiente mi sembra diverso, un posto nuovo. Anche per strada quando sono insieme a lei le cose non mi spaventano più, riesco  guardare negli occhi i passanti, ogni tanto fischio dietro a qualche ragazza e sorrido ai ragazzini che escono da scuola. Me la spasso proprio insomma. A settembre comunque mi uccido.

I fichi

Nell’attesa dell’apertura del reparto per le visite con mamma restammo in piedi nel piazzale dell’ospedale. Era la fine dell’estate e c’era silenzio. Mamma si avvicinò al grande albero di fichi che stava al centro del piazzale, staccò un frutto e se lo portò alle labbra, poi ne afferrò un altro e me lo porse dopo che a passi sbilenchi l’avevo raggiunta. Mentre lo addentavo l’inserviente ci fece cenno dal gabbiotto e urlò di non mangiarli. Sono concimati con le ceneri della gente morta, quello è l’ingresso del forno crematorio disse indicando la porta grigia accanto a quella del reparto in cui avevano portato il babbo.

Ciuseppe

L’ho rivisto oggi, fermo con la chiave infilzata nel portone, intento a fissarmi a bocca aperta. Lui non può avermi riconosciuto dopo più di vent’anni, di questo sono certo.

Come ti chiami giovanotto? Io Ciuseppe, come li facciamo oggi?

Sono certo che sia lui, il parrucchiere da cui mi portava mia madre quando avevo dieci anni nel tentativo di domare i miei capelli con tagli alla moda e tirarli via dalla fronte. Ricordo bene il suo sguardo trasognato e la bocca sempre aperta da un lato.

Mentre  il portone si richiude alle sue spalle a soli due numeri civici da casa mia penso che lui di certo non può immaginarsi chi io sia. Un brivido mi porta il ricordo della sua voce di cornacchia e le sue mani sul mio collo intente in carezze furtive.

Carezze il cui ricordo la sera, nel buio delle lenzuola non mi faceva dormire e mi lasciava trasognato nell’attesa che si rinnovasse presto quel contatto.

Lazzaro

Assumo blandi sedativi la sera, che dissuadano le ombre dei soffitti al tramonto. Da quando le statue non trattengono più i demoni, gli angeli sono tutti imprigionati e il bosco è tornato a circondarmi. Il vento stasera è entrato da sotto la porta e ha sconvolto tutte le mie liste, ha confuso i buoni coi cattivi scritti sulla lavagna della mia testa. Per difendermi ho però con me un ricordo: la volta che mi stringesti mezza mano mentre piantati come pali scrutavamo la lunga distesa dei terreni abbandonati dal mare. A chi apparterranno adesso? Dicesti. Sai che ho uno zio che di lavoro insegue sciami d’api? Da quando da bambino è stato morso a un dito da un coniglio idrofobo è immune a qualsiasi veleno. Si chiamava Lazzaro quel coniglio, era morto almeno due volte. Allora ripensai alla mia infanzia di conigli in gabbia e ti risposi che fino a vent’anni tutti i miei sogni erano rimasti stipati nella borsa della spesa di mia madre. Quel giorno trovai il coraggio di invitarti a casa e informarti che la rosa rosa dentro al barattolo di latta era per te. Passerò a prenderla più tardi, non vorrei sciuparla dicesti. Anni dopo al telefono mi chiedesti ridendo se fossi ancora in tempo per prendere ciò che rimaneva di quel fiore e io non dissi niente ma ci salutammo scherzando su chissà cosa, promettendo di rivederci presto, del tutto ignari di quello che di lì a poco sarebbe successo.

 

La Pietà

Tossire palle di pelo bianco e polvere di carbone soffocando in una stanza buia non è il miglior modo di ridestarsi da un sogno. Vorrei osservare la pioggia domestica che scende dal rubinetto dell’acquaio in cucina e allaga i piatti della sera, la mia tazza portafortuna, il pavimento di granito. Non trovo pace nei meandri delle stanze arroventate, sul balcone alla luce del lampione cerco di osservare i progressi della mia piantina di albicocco mentre all’orizzonte stanno immobili le gru dei lavori per la nuova linea ferroviaria. L’estate mi sento un infiltrato nel mondo degli altri e procedo per automatismi, seguendo consuetudini di cibo in scatola e una rigida programmazione televisiva notturna. Ma in verità non lo so se esistano davvero i luoghi a cui ripenso mentre passeggio e non sono sicuro che da una nicchia nascosta accanto all’ingresso della cattedrale si acceda a un sconfinato negozio di fiori, in realtà giardino botanico primordiale. Non so dove portano i tornanti che sempre percorro a bordo dei miei sogni ricorrenti e non ricordo se arrivano fino alle terre dei nonni o ancora oltre verso un oceano segreto posto sulla cima più alta del mondo. Forse quella strada così paurosa è quella che collega con un filo incantato tutto il mio passato immaginato con il tempo effettivo del presente e i suoi dolorosi giri a vuoto. Ogni notte non so niente di questi indizi che perdo come sabbia che fugge nella stretta di un pugno e io vorrei sciogliermi in lacrime liberatorie, santificarmi nel mio dolore sensibile. Per confortarmi ricorro a parole inventate che pronuncio con la mano serrata davanti alla bocca, protetto dietro la porta santa del bagno appellandomi alla multiforme magia degli spiriti della casa. Improvviso così la mia Pietà abbandonandomi inerte fra le lenzuola sgualcite in mezzo ai gatti, in attesa di un abbraccio finale che non arriva.

Ford

Pare che Ford abbia avuto l’idea della catena di montaggio dopo aver visitato un mattatoio, vedendo come veniva lavorata la carne di maiale.

Lungo il sentiero di ghiaia che costeggia il torrente se si cammina a testa bassa si può avere l’impressione di trovarsi in aperta campagna ma tutto intorno ci sono i palazzi popolari degli anni settanta coi balconi colmi di  biciclette smontate e lavatrici comprate a rate.

Amo molto gli animali disse. Tutti tranne i cani, mi ricordano troppo gli uomini, amano chi li maltratta.

All’altezza della fabbrica di bottoni ci salutammo e mentre il tramonto si apprestava proseguimmo in direzioni opposte.

Primo amore

Il primo amore furono gli insetti che cacciava nel bosco in discesa fra l’ortica e l’amaranto.

Lo rinchiudeva nel barattolo di vetro rubato ai nonni ma non sopravviveva nonostante i fori sul tappo di latta fatti col cacciavite a stella. Eppure anche se la notte le lucciole brillavano in mezzo ai castagni e tra i pali della staccionata al mattino non restavano che cadaveri neri che facevan paura da gettar via senza sepoltura.

Poi fu la volta della bambina svizzera e del gioco segreto di imitare la bocca della suora però un giorno lei andò a sedersi accanto al ricciolino che aveva i dinosauri di plastica e la nave spaziale. Lui allora vide per la prima volta l’ombra nera sul soffitto ma non disse niente a sua madre e inventò la preghiera per l’uomo nell’armadio.

Era la stagione dei trifogli sconfinati quando sognò la suora che lo accarezzava e con le labbra calde lo mangiava dal centro e quando nel refettorio fu lui ad accarezzarla lo portarono nella stanza delle brandine verdi e fu abbandonato al ronzio del silenzio.

Per tre anni visse pensando di essersi sistemato come avrebbe detto sua madre. Lei aveva un sorriso dolce, la carnagione chiara e usava fermagli per capelli a forma di animale. Andiamo al mare, andiamo in montagna, restiamo in città, io sto bene ovunque con te, io avrei bisogno di un’avventura e fu così che lei se ne andò via con un rappresentante di generi medicali che veniva da ovest.

Quando trovò Flick per strada lo legò al collo con la cintura di pelle e lo portò a casa. Gli costruì una gabbia con le cassette della frutta e la sera lungo strade senza meta si strattonarono muti fino al giorno dell’incidente.

La cassiera del negozio di dolciumi aveva i capelli rosso fuoco e la prima sera gli sorrise ma fu anche l’ultima e lui non riuscì mai a capire che cosa avesse trasformato quel volto in una testa di marmo. Comprò caramelle che seminò in strada per segnare il percorso da casa al negozio dove una mattina trovò un uomo basso che gli sorrise.

Passarono alcune stagioni in cui coltivò fiori sul balcone e piante esotiche sulle mensole del bagno, comprò una bicicletta per signora e la potenziò con pezzi di meccanica rara. Cavalcandola una sera vide un tramonto i cui colori gli ricordarono qualcosa che non capì ma che era un misto fra un sapore amaro e il mal di denti.

Su un treno in ritardo conobbe la donna con il cappotto verde e la invitò a bere un cordiale e alla fine bevvero dieci cordiali e quella notte dormirono insieme ma poi non si videro più e di lei non ricordò mai neppure il nome, ma solo il cappotto verde e l’odore di bosco che aveva addosso.

Non sai baciare gli disse una sera la ragazzina del piano di sotto liberandosi dalle sue mani screpolate e scappando giù per le scale. Sei un povero vecchio la sentì dire prima che sbattesse la porta ridendo.

Prego si sieda disse il ragazzo con i cavi dentro le orecchie che si muoveva a ritmo sul bus la mattina in cui vide Occhi di cielo che lo fissava curiosa. Lei sorrise e lo salutò con la mano mentre scendeva frusciando nel grembiulino rosa inamidato da poco. Lui rimase fermo e si scordò di scendere dove doveva.

In reparto la luce filtrava dalle serrande al tramonto, fuori rumore di uccelli e qualche clacson. Mentre l’infermiera lo aiutava a bere notò l’orologio che portava al polso, plastica rosa col cerchio dorato. Le chiese di poterlo provare e lei lo accontentò. Allora chiuse gli occhi pensando che con quell’orologio al polso poteva finalmente riposare.

Presto

Vi sogno sempre sai? È perché mi mancate così tanto che allora vi devo sognare e a volte siete piccoli, altre adulti e io vi sgrido, poi vi bacio, insomma è tutta una gran confusione.

Tanto ci vediamo presto mamma le dissi tagliando corto e riattaccai. Non lo sapevo che mentivo.